No,
l'argomento di questo articolo non sono le troppe parole inglesi che
contaminano i parlanti e gli scriventi dello stivale mediterraneo, come
leggendo il titolo potrebbe pensare chi non ha presente i false friend,
cioè parole straniere molto simili ad altre appartenenti alla propria
lingua ma di significato diverso, che perciò si prestano a una
traduzione errata.
Parlerò qui non di inglesismi né di
traduzioni, ma di discorsi in italiano, fatti da italiani, costruiti con
parole italiane. Parole comuni e di significato noto a tutti, ma usate
malamente in seguito a un particolare tipo di contagio anglofono, a mio
parere poco discusso e poco affrontato rispetto alla sua importanza e
pericolosità (porterò alcuni esempi verso la fine dell'articolo). Un
fenomeno che produce errori lessicali che sembrano frutto di perdonabili
lacune di persone di lingua madre inglese che tentano di scrivere o
parlare in italiano senza averne grande padronanza, mentre in realtà i
loro autori sono bizzarri individui nati e cresciuti nel nostro paese.
Sono
gli italo-anglofoni mutanti, persone che hanno imparato in una qualche
misura l'inglese, hanno letto articoli o libri nella ganzissima lingua
dei cosmopoliti, specialmente materiale su marketing e vendita, e di
questa esperienza sono rimasti inconsapevoli vittime e al contempo
inconsapevoli carnefici del loro idioma di origine, quant'è vero che
successivamente degli stessi argomenti parlano in italiano, ma un
italiano a tratti strano, come colpito da radiazioni ionizzanti, un
italianoide in cui l'incomprensibile si fa tragicomico quanto più
convinti e brillanti mostrano di sentirsi nel corso del tremendo
eloquio.
Lo scenario più tipico si configura quando
l'italo-anglofono mutante tiene un corso o pubblica un video online,
piazzando ogni tanto una parola che sembra lì a caso, come un bug di un
software. Alcuni ascoltatori non subiscono alcun danno che vada oltre
una temporanea sensazione di smarrimento o imbarazzo, mentre i più
indifesi vengono contagiati, ingrossando le file degli italo-anglofono
mutanti
di seconda generazione, che non necessariamente conoscono l'inglese e
dunque magari si ritrovano a masticare e ri-tramandare il malsano gergo
senza poterne capire il perché.
Tento io di spiegarlo di
seguito il perché, riferendomi a ciò che è accaduto e sta ancora
accadendo agli italo-anglofoni mutanti di prima generazione.
Quelle
storture lessicali (che guarda caso non compaiono nell'eventuale libro
se il ragazzo riesce a farselo pubblicare da un editore famoso, perché
lì c'è il revisore di bozze) sono a volte causate dalla convinzione che
importando ed eventualmente italianizzando parole inglesi il discorso
risulti più accattivante o persuasivo (convinzione totalmente priva di
fondamento, caso mai il discorso risulta più ridicolo); altre volte, nei
casi più gravi, sono dovute al tentativo di colmare le lacune di un
vocabolario arrugginito (o scarsamente maturato) della propria lingua
madre attingendo ad un inglese ancora meno padroneggiato.
Quando l'italo-anglofono mutante cerca di esprimere un concetto usando una parola che non c'entra nulla, se ne accorgono tutti i lettori o ascoltatori italiani (tranne chi pende dalle loro labbra, i deboli su menzionati). Se ne accorgono giovani, anziani, ignoranti, colti. Ma lui no, e questo sembra incredibile. Un italiano normale che trova questo tipo di errore in un testo scritto può pensare, come dicevo, ad una traduzione sbagliata; se invece lo sente in un discorso pronunciato da una persona palesemente italiana, allora può solo immaginare un brutto accadimento (un evento ischemico, un importante trauma cranico, un accumulo di farmaci, una tossicodipendenza).
Il
brutto accadimento è stato fortunatamente meno grave e c'entra poco coi
suddetti ipotizzabili, uno dei quali però per analogia può aiutare a
capire ciò che voglio esprimere: in un momento di solitudine e debolezza
potresti essere tentato di affrontare una tua carenza affettiva con una
polverina bianca da aspirare col tuo naso, offerta da persone che
fingono di volerti bene. È qui importante ricordare che può riempire un
vuoto d'affetto solamente l'affetto, non i falsi amici. E possono
riempire un vuoto di vocaboli italiani solamente i vocaboli italiani,
non i false friend. Abbi cura del tuo naso, e anche della tua lingua.
Per quanto conosco l'essere umano è difficile essere ottimisti su quello che sta accadendo all'italiano, il cui declino, mi fa molto male dirlo, mi pare lento ma inesorabile, perché poche persone se ne occupano. È vero però che quando viene educatamente fatto notare quel tipo di errore di mutazione anglofonoide, di solito chi l'ha commesso si dimostra capace e disposto a correggerlo e a non ripeterlo in futuro. Questo mi dà un piccolo incoraggiamento a fare la mia parte per frenare il disastro, non solo descrivendo il problema, ma anche portando alcuni esempi, che trovi poco più sotto, su cosa dicono e scrivono gli italo-anglofoni mutanti dei giorni nostri. Così, se sei uno di questi, puoi prenderne coscienza e venirne fuori subito, evitando a partire da oggi una o più aberrazioni che fin ora credevi normali (se invece non sei uno di questi e ti viene in mente qualche altro esempio, scrivilo nello spazio commenti ed io eventualmente aggiornerò il blogpost).
L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"Taking a chance" e poi parlando italiano dice
"Prendere una scelta".
No. Le scelte si fanno, non si prendono. Le decisioni si prendono.
L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"It's a challenging venture" e poi parlando in italiano dice
"È un'impresa sfidante".
No. Non si usa quel participio per parlare di chi o cosa in realtà non ti stia sfidando affatto (vedi "No, quell'obiettivo non è "sfidante". Chi t'ha detto nulla?"). Puoi dire che un'impresa è stimolante. E se proprio ci vedi una sfida, puoi dire che "rappresenta una sfida".
L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"Save the date" e poi parlando in italiano dice
"Salva la data".
No. Le date non si salvano. Si segnano.
L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"Im my work I want to have consistent outcomes" e poi parlando in italiano dice
"Nel mio lavoro voglio avere risultati consistenti".
No.
I risultati li vuoi duraturi, non duri alla palpazione. Ma quando mai
"consistenti" ha avuto quel significato? Come fai a non capirlo, che è
l'ennesimo false friend?
L'italo-anglofono mutante legge in inglese il titolo
"The secret of gardening explained" e poi parlando italiano intitola il suo articolo
"I segreti del giardinaggio spiegati".
Ma come fa a suonarti bene sta roba? In inglese "explained" è adatto
come rafforzativo. In italiano "spiegato" alla fine di un titolo fa
schifo, perché fra l'altro è sottinteso che un titolo costituisca la
promessa di una trattazione di quell'argomento; è accettabile solo se
seguita da una necessaria specificazione, ad es. "spiegati a un
bambino". Se invece il titolo si riferisce a un'opera letteraria e c'è
bisogno di indicare che è spiegata e cioè commentata da un saggista,
allora si dice "commentato".
L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"Look this microphone I bought online. It came with a nice case"
e traduce con
"Guarda questo microfono che ho comprato online. Veniva con una bella custodia".
Secondo
lui gli accessori vengono. NO. Gli accessori corredano un oggetto. La
confezione comprendeva anche quell'oggetto. Certo, è vero che gli
oggetti vengono con l'oggetto nel senso che viaggiano nello stesso
pacco, ma l'idea che si vuole esprimere riguarda l'essere inclusi nel
prezzo, non il viaggio (altrimenti si userebbero altre parole ancora, ad
es. "vengono inclusi nella stessa spedizione").
L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"decade" [pronunciato "dekéid"], che significa "decennio".
e
parlando italiano dice "decade" [pronunciato "dècade"] credendo che sia
sinonimo di decennio, e invece significa "periodo di 10 giorni".
L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"anyway"
e quando parla in italiano dice "in tutti i casi" o "in qualsiasi caso".
E dunque sbaglia, perché se si vuole esprimere quel concetto, come tutti sanno, si dice "in ogni caso" o "comunque".
Purtroppo esiste una parte, per fortuna minoritaria, di italo-anglofono mutanti che quando pur educatamente gli fai notare un abominio di questo tipo ti dà del grammar nazi.
No: grammar nazi è chi ti fa le pulci sulle piccolezze per fare la figura del perfettino. Io non faccio notare queste insensate, folli, improponibili varianti dell'italiano per fare il perfettino, cosa che so di non essere. E al presuntuoso e irresponsabile che rifiuta l'autocritica minimizzando, questo schiettamente dico: il fatto di considerare di poco conto le penose schifezze che dici o scrivi (neanche i bambini che hanno da poco imparato a leggere e scrivere commettono questi errori) ne innalza la gravità. Lo dico per te.
AFFINCHÉ TU CAPISCA CHE DEVI DISINTOSSICARTI.
TU SEI MALATO, E IL PRIMO PASSO PER GUARIRE È ACCETTARLO.
Una italianissima ragazza anni fa pensando in inglese "take action"
disse "prendi azione" invece che "agisci" o "passi all'azione".
Devo rimanere indifferente? Sono un nazi grammar se denuncio un problema
che sta fruttando figuracce a persone che pensano vada tutto bene, come
avessero sulla schiena l'etichetta "scemo" appiccicata di nascosto da
un burlone, persone che semplicemente cerco di aiutare e proteggere? No a
entrambe le domande.
Ripeto, non c'entra l'essere più o meno colti, giovani o anziani. Non c'entra neanche l'essere gente confinata in un paesino o giramondo. Né è una questione di registro linguistico. Nessun registro linguistico include quello schifo. Quell'orrore.
Se
violenti l'italiano e non te ne accorgi, mi sento in dovere di fartelo
notare per il tuo bene e per il bene di chi ti ascolta. Se poi sei così
pigro da voler errare in libertà e anzi sostieni che si tratta della
giusta trasformazione della nostra lingua, allora ti auguro quella
stessa giusta, giustissima trasformazione che toccò a un famoso
burattino.

Nessun commento:
Posta un commento